1 marzo 2010
“La storia dell’uomo invisibile”
Prima di riprendere l’esame delle ultime novità in materia di lavoro, ho pensato di proporre ai lettori di Postilla una storia vera.
Una storia di lavoro, trasformatasi nel tempo in un tunnel kafkiano che ha portato il protagonista verso una sofferenza psicologica devastante che deve far riflettere chi, come noi, affronta quotidianamente i problemi del lavoro.
Ho conosciuto Marco durante un mio intervento in un master sulla gestione delle risorse umane, apprezzando di lui l’interesse, la passione e la “sete” di apprendere.
Riporto quasi integralmente la lettera che mi ha inviato, nella speranza che tutto ciò porti ad una riflessione condivisa su come una normale storia di lavoro possa cambiare per sempre la vita di un uomo.
Mi laureavo in Economia e Commercio a Roma La Sapienza nell’ottobre 1991, col massimo dei voti.
Venivo assunto in una grande Banca nel luglio del 1992, con la qualifica di “impiegato di prima categoria”, e destinato alla sede di Ferrara.
Negli anni successivi operavo presso le sedi di Pavia, Lucca, Cesena, Napoli, Terni e Catanzaro; facendo grandi sacrifici personali, per un obiettivo: la crescita professionale!
Dopo appena 5 anni di banca, nel 1997 a Catanzaro venivo nominato “funzionario” con l’affidamento di un settore di clientela privata presso la filiale. Un’evoluzione di carriera riservata ad una minoranza di dipendenti, in tempi solitamente molto più lunghi.
I risultati commerciali ottenuti nei tre anni a seguire furono importanti e dimostrabili, ed in linea con successive, crescenti responsabilità dei ruoli affidatimi : ero incaricato di dirigere tre agenzie di dimensione ed importanza crescente, fino ad arrivare a quella di una importante cittadina della Calabria.
Di fatto, la Banca ha sempre tenuto in Tribunale nelle cause che seguirono, un atteggiamento di ostentato apprezzamento delle mie capacità professionali, che strideva non poco con i comportamenti tenuti nei miei confronti, ampiamente testimoniati e confermati da sentenza del giudice del lavoro.
Dopo oltre un anno di successi commerciali presso l’agenzia affidatami, verso marzo 2001 girava tra l’altro la voce che stessi per essere trasferito in altra realtà territoriale. Un collega mio amico, notoriamente “ben informato” e vicino ad ambienti di direzione, mi diceva che si erano informati su di me per la conduzione dell’agenzia di Pisa, una delle più grandi e importanti d’Italia.
In data 27/4/2001 ed in orario d’ufficio subivo un attentato alla mia automobile, utilizzata tra l’altro per motivi d’ufficio in assenza di auto aziendale; all’automobile – da me acquistata appena 8 mesi prima – veniva appiccato fuoco in pieno centro, con carburante gettato all’interno dell’abitacolo, dopo avere infranto il finestrino.
Dell’attentato a mio danno venivo avvertito direttamente da una pattuglia di Polizia, che mi prelevava dalla banca conducendomi sul luogo, e successivamente venivo interrogato dal vicequestore – sempre nel mio ufficio -sui presumibili motivi dell’evento.
L’evento veniva prontamente descritto in una denuncia effettuata lo stesso giorno al Commissariato e in una dettagliata relazione da me presentata alla Direzione Generale della Banca.
L’evento era di una certa gravità, in sé e soprattutto se inserito in quel contesto; lo affrontai con una certa compostezza (devo chiarire che non mi assentai dal lavoro neanche per un giorno), pur nutrendo più di una preoccupazione per quanto potesse eventualmente seguire.
Non immaginavo certo, in quei momenti, che l’evento delittuoso che avevo subito era di gran lunga l’aspetto meno spiacevole di tutto ciò che sarebbe seguito, negli anni a venire.
Dopo una decina di giorni concordavo con i dirigenti della controllante filiale di Catanzaro un incontro per cercare di dare spiegazione ad un evento così increscioso e potenzialmente pericoloso, in una piazza tanto problematica.
Questo si svolgeva alla presenza dei vertici della Filiale, miei superiori.
Nel corso dell’incontro mettevo al corrente i miei interlocutori di tutti gli elementi che avrei inserito nella citata lettera successivamente prodotta, oltre a produrre copia della denuncia al Commissariato.
Durante lo stesso incontro, gli interlocutori sorprendentemente assumevano un atteggiamento di complicità tra loro e quasi di sarcasmo nei confronti dell’evento, che tendevano palesemente a sminuire ed a confinare – non si sa bene su quali basi – in una “sfera personale” a loro peraltro totalmente ignota.
La mia reazione a tale atteggiamento fu ferma e garbata, nonostante l’incredulità.
Tutto credevo di dover fronteggiare in quella circostanza, tranne quell’atteggiamento infastidito, irridente, e un po’ intimidatorio, più adatto alla sauna maschile di una palestra che ad una banca di grandi dimensioni e tradizioni.
Richiedevo (per il momento solo verbalmente, e mi veniva sollecitata una dettagliata relazione a tal fine) alla banca di rifondermi il danno, visto che la mia assicurazione in un primo momento si era dichiarata indisponibile a farlo; escludevo fermamente che la mia vita privata avesse originato alcunché, comunicavo di avere subito un danno materiale non tanto “a causa” del lavoro (potevo solo supporlo, e comunque per l’aspetto materiale del rimborso danni, questo contava ben poco) ma soprattutto ad un bene utilizzato “per motivi” ed “in orario” di lavoro.
La versione definitiva veniva infine inviata circa 40 giorni dopo, poiché i dirigenti la respinsero in 2 occasioni, chiedendovi modifiche. A tutt’oggi non è pervenuta alcuna risposta, neanche di segno negativo, né riscontro; anche se il comportamento successivamente tenuto dal mio ex datore di lavoro può in senso lato ben essere considerato come una risposta.
Dal citato incontro, ed in due successivi dello stesso tenore, in realtà i dirigenti – due, in particolare – ostentavano una tesi “definitiva e non negoziabile” sulle cause dell’evento che confinavano in un “fatto personale”, anche per informazioni che dicevano di aver ricevuto.
Questo dicevano anche agli altri colleghi ogni volta che ce n’era l’occasione, questo ribadivano sempre a me, cui facevano una colpa di “aver chiamato la polizia”, poiché “la polizia meno si chiama in questi casi meglio è, meglio risolvere tutto tra noi”.
Le varie affermazioni in merito da parte dei signori dirigenti sono state oggetto di una integrazione alla denuncia , presentata alla Polizia in data 14/11/2001 (dunque in data ben successiva all’avvio del mobbing e del demansionamento professionale: manco a poter invocare la tesi che ne sia stata causa).
Tali dichiarazioni furono poi oggetto dell’apertura di un fascicolo presso la Procura della Repubblica (in seguito, incredibilmente archiviato senza neanche chiamare né il dichiarante né gli interessati).
Gli stessi fatti furono oggetto anche di due lettere scritte da mio padre: una ai vertici della Banca, peraltro mai né riscontrata né risposta, nonostante la gravità dei contenuti; l’altra alla Commissione Parlamentare Antimafia in occasione di una visita in Calabria, che ottenne una risposta cortese ma di fatto pilatesca.
A parte ciò, in banca iniziava una serie incredibile e senza precedenti – almeno nei miei confronti – di rilievi professionali contro di me, nonché di atteggiamenti penalizzanti sotto il profilo sia personale che professionale, che sono stati peraltro ben illustrati da prove testimoniali e documentali nel corso del relativo dibattimento, nonché recepiti dai relativi verbali, e infine dalla sentenza del Giudice del Lavoro di Cosenza, che nel mese di maggio 2007 ha sentenziato in favore di un demansionamento ai miei danni, con conseguente danno biologico indotto.
In particolare, dopo circa 45 giorni dall’evento, fui trasferito improvvisamente in poche ore in altra filiale; qui avrei dovuto svolgere l’arretrato per conto di un collega funzionario i cui addetti non riuscivano a tenere dietro al lavoro; di fronte al mio rilievo sull’inopportunità di tale collocazione (anche rispetto ai colleghi che cominciavano a chiacchierare sul mio repentino allontanamento), fui messo in una stanzetta a smaltire l’arretrato della mia agenzia e – finito questo- a leggere manuali e circolari.
Qui tutti i colleghi avevano modo di vedere il tunnel in cui mi avevano cacciato, ancora oggi non capisco perché: da abile ed efficace funzionario commerciale in una sola mossa a morto vivente, confinato in una stanzetta a non fare nulla.
La situazione continuava fino a metà di settembre, quando il direttore della Filiale mi convocava per comunicarmi il trasferimento in altra sede, rimanendo volutamente vago sulla mansione assegnatami ed inibendomi ulteriormente un incontro con la Direzione Risorse Umane di Roma, che dal maledetto 27 aprile in poi mi fu sempre, reiteratamente e pervicacemente negato.
A Cosenza venivo inviato con l’esca di un incarico in linea con le mie aspettative; in assenza di un pur richiesto incontro con la Direzione del Personale (prassi nei trasferimenti, e tanto più necessario in quella situazione) e pur di uscire da quella situazione di ostentato azzeramento professionale , ritenevo di valutare l’opportunità.
Il Direttore della Filiale mi accoglieva invece ostentatamente dicendomi che “non gli servivo” e che avrebbe visto poi cosa farmi fare; siccome alla fine decideva lui, c’era di che preoccuparsi.
Dopo qualche giorno di incertezza in cui mi faceva cuocere a fuoco lento, mi sottoponeva una lettera di trasferimento a Cosenza con un ruolo palesememente demansionante rispetto al precedente di Responsabile di Agenzia. Questa lettera proveniva dalla Direzione delle Risorse Umane di Roma.
Ma la trappola non finiva lì, c’era ben di peggio: il direttore nel chiedermi di firmare la lettera di trasferimento mi diceva che quel ruolo era solo formale, perché già occupato da altri. In realtà io “lì non gli servivo”, per dirla con le sue stesse parole; avrei dovuto svolgere di fatto un ruolo di “addetto” in cui il demansionamento si configurava ancora maggiore.
Quindi, il messaggio in poche parole era più o meno questo: “tu prenditi il demansionamento scritto DI DIRITTO senza tante spiegazioni, così impari; nel frattempo vai a fare DI FATTO un lavoro ancora più demansionante.
Tanto deciderò sempre io se e quando, e con che criteri giudicarti.”
E se i criteri erano quelli con i quali era stato giudicato negli ultimi mesi, c’era ben poco da stare allegri.
Mi sembrava francamente troppo: decidevo dunque di rifiutare – sempre garbatamente – l’offerta, chiedendo per l’ennesima volta un incontro con la Direzione Risorse Umane a Roma, che mi veniva per l’ennesima volta rifiutato. Prassi certamente atipica; anzi incredibile, vista la circostanza.
Cercavo l’appoggio del mio sindacato nella persona del Presidente nazionale: sindacato che se ne lavava abilmente le mani, dopo avere interpellato gli stessi della DRU che rifiutavano di incontrarmi e che adducevano cattivi risultati commerciali (del tutto inventati, assolutamente non documentati e comunque – se mai fossero esistiti – mai contestati come dovuto per legge).
Venivo addirittura minacciato dal direttore che se non avessi accettato, sarei stato rimandato immediatamente a Catanzaro “con tutto quello che ne segue…” e che quella era l’ultima occasione che mi si presentava “per essere ripescato professionalmente ”.
Tutto quanto avveniva intorno a me mi dava il segno del mio isolamento, un assedio che sembrava impossibile spezzare.
Tutte le minacce e le pressioni psicologiche erano registrate di nascosto su supporto magnetico e la cui trascrizione completa è depositata presso il Tribunale di Cosenza.
Capivo tuttavia che mi avevano fatto terra bruciata intorno: l’impossibilità di trovare un qualsivoglia appoggio contro quella persecuzione mi consigliava di restare in attesa degli eventi e verificare cosa accadeva.
Accadeva quello che era evidente sin dall’inizio: venivo messo a svolgere un lavoro meramente esecutivo, totalmente svuotato di ogni contenuto decisionale, alle dipendenze di un collega che invece avrei dovuto sostituire.
Il fatto di svolgere mansioni tipiche di un impiegato, svolto in precedenza da impiegati fece a lungo interrogare i colleghi della filiale sulla mia reale collocazione e professionalità.
Non passava giorno senza che qualcuno mi chiedesse di cosa realmente mi occupassi, come mai un funzionario si occupasse di quelle cose, quali fossero le mie reali mansioni, a che titolo formulassi una certa richiesta di materiale ad un certo ufficio, e così via.
Cominciarono le prime sottili ironie nei miei confronti. L’ambiente lavorativo è così: chi vale meno di te ti rispetta fino a che sei in piedi, ma quando cadi per terra chiunque passa di lì non esime dal mollarti un bel calcione.
Dieci anni di sacrifici per arrivare ad un certo livello, ed era bastato un tratto di penna, e la connivenza granitica di un’intera struttura, per farmi tornare al 1992, la data dell’assunzione.
Nel frattempo, a dicembre 2001 riuscivo fortunosamente ad avere un colloquio con il responsabile di zona delle RU; non certo perché questi me lo avesse concesso, in quanto mi evitava ostentatamente da mesi, ma perché questi veniva a Cosenza per altri incontri, e da me affrontato di fronte a testimoni, era costretto a concedermi il colloquio ormai sollecitato da quasi 8 mesi.
Durante questo – anch’esso registrato, trascritto e depositato in Tribunale – di fatto il Responsabile RU ammetteva che i miei problemi – anche se egli si ostinava a non qualificarli così – erano stati originati solo da non meglio precisati contrasti con la direzione di Catanzaro e dalla presentazione che da questi era giunta a Cosenza ed alla DRU.
Prendeva atto – pur mostrando grande sorpresa – che in quel momento svolgevo un ruolo impiegatizio, e della distruzione della mia vita personale e professionale che si stava rappresentando; sembrava addirittura colpito e sincero e rimandava ad un futuro, ipotetico incontro che avrebbe dovuto avere luogo di lì ad un paio di mesi.
La DRU dunque non sapeva cosa io facessi a Cosenza: però rifiutava da mesi di incontrarmi, nonostante la gravità degli eventi, e mi aveva inviato (a sua firma) la lettera di assegnazione/demansionamento.
Per quanto ovvio, è opportuno puntualizzare che nei mesi successivi non accadeva nulla.
Dopo circa 5 mesi di questa vita, senza alcun possibile appiglio né possibilità di uscire da quell’azzeramento professionale, anche la mia vita privata ne aveva pesantemente risentito.
A marzo 2002, dopo quasi un anno di tentativi di dialogo andati a vuoto, veniva depositato presso la Cancelleria del Tribunale di Cosenza un ricorso per provvedimento d’urgenza finalizzato al mio reintegro nel ruolo di Responsabile dell’Agenzia.
Tale atto era preceduto – come prescritto – da un tentativo di conciliazione presso l’Ufficio Provinciale del Lavoro di Cosenza.
Tutto ciò era funzionale – nel mio ingenuo pensiero – ad un estremo tentativo di dialogare con la banca con la quale lavoravo da quasi 10 anni, cui avevo dedicato tutte le mie energie e le mie capacità professionali, facendo sacrifici e rinunce di ordine familiare. Mi sembrava impossibile che ci fosse un tale ostinato atteggiamento di chiusura da parte di una società cui avevo dato tanto in quantità, qualità e impegno, solo perché a qualcuno era venuta voglia di distruggermi.
Ma purtroppo fu proprio così: la banca rifiutò sempre di avere qualunque contatto con me.
Anziché tentare un contatto, preferì affidare l’incarico di difesa ad un notissimo studio legale.
Negatomi il provvedimento d’urgenza di reintegro nella filale che avevo diretto (poiché non fu ravvisata dal giudice la necessaria circostanza dell’urgenza) per far valere le mie ragioni non mi restava che presentare il ricorso per demansionamento e danni, il settembre 2002 presso il Tribunale di Cosenza, ricorso che ebbe esito a mio favore quasi cinque anni più tardi.
Le lungaggini della procedura, l’evidente improponibilità di un mio ritorno sui luoghi che tante sofferenze mi avevano causato (anche sotto il profilo clinico, ero costantemente seguito da un noto psichiatra), il crollo verticale della mia autostima in una fase di forzata inattività che mi sembrava non avesse – visto il muro con cui mi ero scontrato – alcuna prospettiva: tutto questo mi faceva apparire ineluttabile, in quella situazione di disperazione crescente, la scelta di troncare l’ultimo filo che mi legava alla Banca, presentando le mie dimissioni in data 14/10/2002 .
Nel maggio 2007 il tribunale di Cosenza ha infine riconosciuto le mie ragioni, sancendo una situazione di mobbing (anche se il giudice non ha inteso nominare questo termine) ed un risarcimento per danno biologico che – per quanto corposo – non può neanche tentare di risarcire l’azzeramento di una vita professionale.
Per la banca quei soldi sono stati equivalenti ad un prestito non pagato; pagati quelli, addio Marco .
Morale: una banca può anche permettersi di perdere, se il prezzo della sconfitta è la distruzione professionale di un dipendente che si è decisa in qualche oscuro ufficio; il dipendente non può permettersi di vincere, perché come dimostreranno i fatti successivi, la sua ragione coincide con la sua distruzione professionale e lavorativa, per sempre.
Incassata la prima vittoria processuale, ho fatto quello che mai avrei pensato di dover fare, 5 anni dopo le forzate dimissioni: presentare al tribunale un ulteriore ricorso per l’annullamento delle dimissioni, che ad oggi mi appare realisticamente l’unico modo per rientrare nel mondo del lavoro dalla porta principale.
In questa causa, una CTU effettuata dopo un colloquio di 30 minuti da un medico del lavoro, sconfessava totalmente quella effettuata nella causa precedente da un primario psichiatra in 15 mesi di operazioni peritali, contenendo tra l’altro ampia menzione di misurazioni mediche mai effettuate (i periti di parte possono testimoniare la circostanza), oltre che erronee.
A parte ciò, in questo momento la situazione processuale è la seguente:
la causa per demansionamento e danni – a me favorevole e datata maggio 2007 – è stata appellata dalla Banca; la sentenza d’appello potrebbe intervenire entro un anno;
la causa per annullamento di dimissioni dovrebbe concludere il primo grado entro fine anno; il sicuro appello (qualunque sia l’esito) potrebbe concludersi dunque non prima di due/tre anni successivi.
Nella migliore delle ipotesi, dunque, una mia eventuale riammissione alle dipendenze della Banca, coartata da sentenza, interverrebbe non prima del 2012.
In questo pur auspicabile caso, probabilmente il mio ex datore di lavoro mi reinserirebbe – dopo oltre 11 anni – in un ruolo in linea con quello attribuitomi nel 2001, magari giocando con le avvenute ristrutturazioni organizzative.
E così – in barba a quanto previsto dall’ordinamento circa la speditezza del processo del lavoro – è completata la distruzione sistematica di una professionalità e di una vita lavorativa.
Marco Plastina


Scritto il 1-3-2010 alle ore 12:43
Caro Max,
come immagini, la vicenda che qui riporti non può che suscitare molteplici riflessioni su vari argomenti che spesso sono oggetto anche dei nostri vari dibattiti su Forum ed in altri siti.
Credo però che ciò metterebbe ingiustamente in secondo piano la parabola umana di sofferenza e disagio che qui si descrive e che deve essere a mio avviso fortemente evidenziata come conseguenza di un abuso – peraltro sciocco, irrazionale e disfunzionale come sanno esserlo solo certe DRU (sembra quasi che spesso a gestire un ruolo tanto delicato vengano scelti quelli “con il maggior pelo sullo stomaco”).
Qui non si può far altro, a mio avviso, che accodarsi alla evidenziazione che tu hai voluto dare alla vicenda, con la massima solidarietà umana e civile, prima ancora che tecnico-giuridica.
Un abbraccio.
Scritto il 1-3-2010 alle ore 13:45
fate il nome della banca, in modo che possiamo evitare di avere rapporti con un simile istituto
Scritto il 1-3-2010 alle ore 15:20
Andrea ha colto in pieno lo spirito con cui ho deciso (con il consenso del protagonista) di dare ospitalità alla storia di Marco.
Certe cose scardinano profondamente la vita delle persone e occuparsene è, a mio avviso, un dovere.
Scritto il 1-3-2010 alle ore 15:26
Paolo capisco perfettamente la sua reazione, ma fornire il nome dell’istituto (che Marco aveva inserito nella lettera) non ha alcun senso.
Certe cose capitano quotidianamente nelle fabbriche, negli uffici della pubblica amministrazione, nel settore commerciale etc.
La ringrazio davvero per l’intervento.
Scritto il 1-3-2010 alle ore 19:09
Molte grazie a Massimiliano per avere pubblicato la mia storia, ed a tutti quelli che mi stanno dando la loro solidarietà.
La mia vicenda ha avuto recente risalto su TG2 Storie (potrete vederlo su youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=yxgr1YcYJek)
e su TGR Calabria Il settimanale (sempre Youtube:
http://www.youtube.com/watch?v=lccnqjfykac).
Accessibili (con altri articoli e servizi) anche dal mio profilo facebook.
Marco Plastina (plastinamarco@libero.it)
Scritto il 2-3-2010 alle ore 10:48
E’ una storia triste e devastante . Comprendo bene la situazione: penso ai due posti di lavoro che ho perso in coincidenza con la nascita dei miei due figli. Io, però, non ho fatto la scelta di cercare giustizia (cosa estremamente legittima) ma ingoiando il rancore ho lasciato tutto alle spalle ed ho cominciato a studiare per arrivare ad aprire un mio studio professionale. Ora nessuno può decidere di annientarmi solo perchè svolgo bene il mio lavoro. E’ stata questa la mia rivincita.
Scritto il 3-3-2010 alle ore 12:23
Ciao Marco e Massimiliano , io condivido il pensiero di ANNA , infatti ho sofferto ben 3 anni di turni e soprusi professionali per uscire dalla scarsa considerazione di 3 impiegati tecnici in una azienda dolciaria , qui in Friuli , diplomandomi in ragioneria e non accettando la rielezione a rappresentante RSU in azienda .
Quindi io affermo che non sono i vertici delle AZIENDE STATALI O PRIVATE ,a farti lo sgambetto , ma i cosidetti QUADRI che hanno il TERRORE che tu dimostri capacità relazionali e strutturali migliori della loro STANTIA PACE AZIENDALE fatta di compromessi, scambi di ogni genere fisici e psicologici e denigrazione delle tue idee .
Scritto il 3-3-2010 alle ore 12:28
Ora mi gestisco la mia azienda orticola e litigo solo con mia madre e con gli uffici fiscali .
Marco vai a lavorare da chi non ti chiede quanto vuoi guadagnare , perchè da lì nasce il compromesso.
Scritto il 4-3-2010 alle ore 16:03
Caro mobbizzato, non sei il solo e non certo il più sfortunato.
consolati di aver trovato un giudice clemente ed una banca solvente.
sei ancora nel fiore della vita e ti puoi rifare.
non scoraggiarti.
pensa a quelli che stanno peggio di te e che sono morti prima di vedersi concluse le loro azioni legali.
pensa a quelli a cui succede peggio di quanto è accaduto a te e che avevano 50 anni!!!
PS: ma si è poi saputo chi ti ha bruciato la macchina?
Scritto il 4-3-2010 alle ore 16:49
Roberto, nessuno pensa di essere il più sfortunato al mondo. E’ pur vero però che per ogni porcheria che qualcuno subisce, al mondo ce ne sarà sempre una peggiore.
Se il nostro sistema economico vuole andare avanti e non indietro – sarà banale – sarebbe molto meglio che chi opera, con risultati e professionalità , nell’interesse di un’azienda e riceve un’intimidazione da parte della malavita proprio per questa azione, non ne ricevesse quello che ne ho ricevuto io. Cui ha fatto seguito la totale impossibilità a “rientrare nel giro”. Io che ho subito quello che ho subito, in banca non sarei assunto neanche se servisse un pulivetri. Ma conosco almeno quattro persone licenziate per giusta causa da banche, che oggi sono in posti di maggiore prestigio. Per carità, buon per loro e magari le loro colpe erano relative. Ma è solo per dire che in questo nostro povero paese alla fine si torna sempre al punto di partenza del monopoli: la politica e le conoscenze. Per chi ha appoggi, non ci sono limiti; per chi non ce l’ha il destino è vivere in quella massa indistinta di gente che vive ai margini della società attiva pietendo il “favore” di poter lavorare.
Credo che la mia unica possibilità sia mettermi in proprio, forse ci ho pensato su anche troppo.
Non so chi mi ha bruciato l’auto, ma non importa molto: come ho detto,nella vicenda che mi è capitata questo è stato di gran lunga l’aspetto meno sgradevole.
Scritto il 8-3-2010 alle ore 20:16
PROPOSTA DI LEGGE SUL MOBBING (scritta dalle vittime)
- Definizione: Per mobbing si intende una tortura psicologica ed emotiva, che si manifesta attraverso sistematici e reiterati comportamenti ostili, protratti nel tempo, suscettibili di ledere i diritti, la dignità o l’integrità psicologica del lavoratore, tali da compromettere il suo impiego o il suo avvenire professionale e che hanno per effetto un degrado delle condizioni di lavoro.
A mero titolo esemplificativo e non esaustivo, sono da considerare comportamenti ostili nei confronti del lavoratore:
a) comportamenti che risultano essere offensivi, abusivi, maliziosi, insultanti o intimidatori;
b)critiche ingiustificate;
c) applicazione di sanzioni prive di giustificazione oggettiva;
d)cambiamenti peggiorativi delle mansioni o delle responsabilità del lavoratore senza ragionevole giustificazione;
e) continui trasferimenti in altri uffici o in altre sedi;
f) eccessivi o ridotti o inesistenti carichi di lavoro;
g) mancate gratificazioni immotivate;
h) isolamento fisico o emarginazione sociale;
i) mancate risposte a formali richieste;
l) disuguaglianze immotivate di trattamento economico o di condizioni lavorative.
- Obblighi del datore di lavoro: Il datore di lavoro ha l’obbligo di garantire ai lavoratori un ambiente di lavoro che tuteli la salute, intesa come stato completo di benessere fisico, mentale e sociale e di vigilare affinchè nell’azienda non vengano adottati comportamenti suscettibili di intaccare l’integrità fisica o l’equilibrio psicologico del lavoratore.
Il datore di lavoro ha l’obbligo di includere nel contratto di assunzione le misure di controllo interno che vengono adottate nell’azienda per prevenire ogni forma di “mobbing”, nonché una clausola che preveda precise sanzioni disciplinari a carico del dipendente, qualora fossero accertate molestie psicologiche nei confronti dei colleghi e non fosse coltivato un clima di collaborazione lavorativa.
Dovrà essere sancito, altresì, che nessun lavoratore potrà essere sanzionato, licenziato o essere oggetto di misure discriminatorie, dirette o indirette, in particolare modo in materia di remunerazione, di formazione, di qualificazione, di promozione professionale, di mutamento o rinnovazione del contratto, per aver testimoniato su comportamenti ostili all’interno dell’azienda o per averli riferiti.
Il responsabile dell’organizzazione del personale dell’azienda ha l’obbligo di tenere colloqui trimestrali con i dipendenti e di presentare annualmente al datore di lavoro una relazione, in cui riferisce sul grado di soddisfazione del clima lavorativo interno all’azienda, suggerendo, eventualmente, nuove misure da adottare per prevenire o rimediare disagi lavorativi lamentati.
- Procedura di conciliazione interna: Il dipendente che ritenga di subire mobbing, prima di adire l’Autorità Giudiziaria competente, se lo riterrà opportuno, potrà inoltrare al datore di lavoro – con l’assistenza e per il tramite del Sindacato- una relazione nella quale esporrà i fatti lamentati, indicando circostanze, date di accadimento dei fatti e nomi dei soggetti coinvolti.
A seguito di tale denuncia, il datore di lavoro procederà all’effettuazione di un’inchiesta all’interno dell’azienda, al fine di accertare, entro il termine massimo di un mese, la fondatezza delle accuse esposte dal lavoratore. Accertati i fatti, scatteranno a danno degli eventuali colpevoli le sanzioni previste nel contratto di assunzione, tra cui il trasferimento immediato del mobber ad altro ufficio e dovranno essere ripristinate condizioni lavorative soddisfacenti per il lavoratore.
- Magistratura competente: Le cause di mobbing saranno istruite da un collegio di Giudici costituito da n. 3 Magistrati Ordinari e Penali, patrocinanti in Cassazione, con comprovata conoscenza o esperienza in tale tematica, che dovranno, immediatamente, adottare tutti gli strumenti di indagine ritenuti opportuni per l’accertamento delle varie responsabilità. Prima di decidere se i fatti accertati integrano una condotta di mobbing, il Collegio Giudicante dovrà avvalersi di una consulenza di psicologi specializzati in tale tematica. Per la valutazione del danno esistenziale, i giudici dovranno riferirsi alle considerazioni che una persona di normale razionalità, trovandosi nella medesima situazione della vittima, potrebbe fare.
- Procedura giudiziaria d’urgenza per i casi di mobbing: Le cause di mobbing devono essere giudicate, con procedura d’urgenza, entro il termine massimo di 1 anno. Per il mancato rispetto di tale termine, dovrà essere applicata una sanzione disciplinare da parte del Consiglio Superiore della Magistratura. Le sentenze di mobbing sono inappellabili. A far data dal ricorso all’Autorità Giudiziaria competente, al lavoratore spetta uno stato di aspettativa retribuita. Nell’ipotesi di rigetto del ricorso, le retribuzioni percepite durante tale periodo, saranno restituite all’azienda, che potrà, eventualmente rivalersi sul TFR del lavoratore.
- Onere della prova. Allorquando il lavoratore abbia denunciato elementi sufficienti per lasciar presumere l’esistenza di una condotta da qualificare “mobbing” ai suoi danni, spetta al datore di lavoro l’onere di provare l’inesistenza dei fatti denunciati o la legittimità dei comportamenti adottati e l’adeguatezza delle misure di prevenzione e/o repressione adottate. Nelle cause di mobbing, le parti in causa non potranno usufruire del patrocinio gratuito dell’Avvocatura di Stato.
- Sanzioni per il datore di lavoro: In caso di condanna per mobbing, sarà applicata una sanzione penale non inferiore a 4 anni di reclusione, nonché una sanzione pecuniaria da stabilire in via equitativa, in relazione alla durata del mobbing, a titolo di risarcimento del danno esistenziale provocato. Tale condanna sarà applicata a tutti coloro ritenuti responsabili dei comportamenti ostili integranti il mobbing accertato, che dovranno essere, contestualmente, licenziati. Nel caso in cui il convenuto fosse un soggetto pubblico o avente personalità giuridica, questi avrà l’obbligo di rivalersi per il danno patrimoniale subito, su tutte le persone fisiche condannate penalmente, aggredendo, eventualmente, il TFR. Copia di tale sentenza, con nomi e cognomi dei soggetti condannati, dovrà essere pubblicizzata tramite giornali e televisione, nonché sulle bacheche del posto di lavoro, in modo da essere di esempio per eventuali imitatori o seguaci dei mobber. Alla condanna si aggiunge la sottoposizione dell’azienda ad un regime di controlli predisposto dalla Polizia Giudiziaria e l’intimazione alla cessazione di ogni attività vessatoria ai danni della vittima, con l’avvertimento che, in caso di ulteriori episodi di molestia, la condanna verrà aumentata.
- Procedura per il ripristino di condizioni lavorative, ambientali, ed esistenziali soddisfacenti per il lavoratore. In caso di accoglimento del ricorso sono nulle le modifiche contrattuali peggiorative delle condizioni lavorative del dipendente (mansioni, rimunerazione, assegnazione, destinazione, trasferimenti), eventuali rotture del rapporto di lavoro (dimissioni o licenziamenti), tutte le sanzioni disciplinari ricollegabili al mobbing accertato. Dovrà essere ricostruita la carriera professionale, assicurata una formazione o una riqualificazione professionale e dovranno essere riconosciuti al lavoratore tutte quelle prerogative di cui avrebbe beneficiato se non fosse stato sottoposto a mobbing. La magistratura giudicante dovrà anche incaricare uno psicologo specializzato nelle tematiche di mobbing, appoggiato ad una U.S.L. ubicata nel territorio di residenza del lavoratore, che avrà l’onere di assistere la vittima di mobbing, per tutto il tempo ritenuto necessario a sanare i danni morali, psichici ed esistenziali subiti.
- Procedimenti giudiziari beneficiari delle nuove norme. Le norme vanno applicate a tutti i procedimenti giudiziari in corso alla data di entrata in vigore della legge
Scritto il 8-3-2010 alle ore 23:57
Silvana, potresti fornire qualche delucidazione (Autori, origine, ecc)sul testo che hai pubblicato?
Grazie
Scritto il 9-3-2010 alle ore 01:43
Violo – molto brevemente – ciò che mi ero rirpomesso all’inizio di questo post di Max (e Marco) per un brevissimo commento a quanto postato da Silvana:
considero il mobbing qualcosa di odioso e da combattere (organizzativamente e legislativamente) e disprezzare (umanamente), ma mi sembra di leggere una serie di cose che approdano all’eccesso opposto.
In linea di massima, nella proposta vi sono anche diversi passaggi interessanti ma:
- le aziende attuali non sono l’inferno; esistono casi di mobbing, esistono anche leggi a difesa del lavoratore (e non poche), forse qualcosa può essere fatto in termini di tempestività e di procedurizzazione (sono questi gli aspetti che ritengo interessanti) ma NON SIAMO AL DRAMMA SOCIALE. E ho il coraggio di sostenerlo in questo post, che pure racconta una storia drammatica: ma complimenti alla dignità e alla non generalizzazione di Marco.
- in particolare, no a misure repressive e da coprifuoco come alcune di quelle che ho letto qui; da datore di lavoro mi sono sentito “mobbizzato”;
- non si può chiedere alle aziende di essere un paradiso e/o un’oasi felice scevra delle contraddizioni e delle difficoltà che esistono nel resto della società;
- occhio, infine, alla tendenza sempre più diffusa di andare a qualificare come mobbing qualsiasi “problema” o “dispiacere” nel contesto del rapporto di lavoro.
Credo, lo dico con tutto il rispetto e la partecipazione possibile, che sia molto ben visibile che la proposta di legge esposta sia stata “scritta dalle vittime” ed infatti risente in diversi punti della mancanza di obiettività ed equilibrio, che si possono comprendere anche con molta empatia nei confronti di chi ha molto sofferto, ma che non giustificano alcuni eccessi.
Scritto il 9-3-2010 alle ore 10:31
Pur nella mia posizione di vittima di una storia assurda come quella narrata, concordo con le osservazioni fatte da Andrea.
Sicuramente è lodevole l’intenzione di affrontare in modo deciso il problema (che è un serio problema sociale, Andrea, e qui sono in disaccordo con te); ma l’atteggiamento solamente punitivo in azienda non ha mai portato a nulla.
Il mobbing è una malattia sociale, che distrugge le persone e le famiglie; ma alla fine demolisce anche la produttività nelle aziende, e questo dovrebbero capirlo per prime proprio quelle aziende che se ne rendono (spesso inconsapevolmente e per pura insipienza) complici.
Il torto della mia azienda è stato proprio quello: l’insipienza e la superficialità. Assistere in silenzio alla distruzione di una professionalità che aveva portato risultati e reddito, e sulla quale si era investito. E per cosa?Per non contraddire un paio di mascalzoni che EVIDENTEMENTE in quel momento stavano utilizzando la struttura ai propri fini personali, quali essi fossero. E senza neanche chiedersi se – facendo un pur arido calcolo di convenienza – convenisse “tenersi” l’uno o gli altri. Perchè – fidatevi del mio pur soggettivo giudizio – vi assicuro che se scelta del genere fosse stata fatta io avrei seguito la carriera tracciata per me, ed i miei “giustizieri” sarebbero a spasso.
Il nodo è proprio quello:
a) o i comportamenti mobbizzanti sono ascrivibili alle persone: e allora danno ne ricevono proprio le aziende, in termini di perdita di risorse e di compromissione del clima. Il problema è che sono tanto arretrate dal punto di vista gestionale che non se ne accorgono
b) o i comportamenti sono dettati dalla proprietà: e solo in quel caso c’è stata una scelta aziendale; il che non esclude che comportamenti del genere siano comunque dannosi per l’azienda.
E’ evidente che anche nel caso A) l’azienda deve vigilare, a tutela della salute del lavoratore (vittima), della salute collettiva (ambiente lavorativo), del proprio patrimonio e dei propri fattori di produzione.
Questa in fondo è la chiave di volta: non solo punire, ma prevenire e far passare il pur ovvio messaggio che il mobbing distrugge la persona e la sua famiglia, ma anche la produttività ed in ultima analisi il profitto aziendale.
Scritto il 9-3-2010 alle ore 11:05
Marco, sono anch’io d’accordo che il mobbing è un serio problema sociale … solo volevo rimarcare che non è una tale emergenza da giustificare norme da “coprifuoco”.
Bellissima l’osservazione sulla convenienza: il datore di lavoro lungimirante previene e contrasta il mobbing perchè di solito è disfunzionale e sintomo di ed è il contrario della fidelizzazione positiva e costruttiva con cui le aziende si edificano.
Se poi l’idiota è proprio il datore di lavoro / l’imprenditore … beh allora è molto meglio lavorare da un’altra parte.
Scritto il 9-3-2010 alle ore 14:03
Se ogni essere umano avesse iscritto nella propria coscienza un codice comportamentale che gli indicasse cosa è bene o cosa è male, se vivessimo in un Paese ove la Giustizia è garantita a tutti, se ogni uomo capisse che si può uccidere un proprio simile, senza bisogno di usare delle armi, annientandolo interiormente, con l’ausilio di chi si rende complice per convenienza e di chi rimane indifferente per paura, se ogni uomo comprendesse la portata distruttiva della tortura psicologica in cui si sostanzia il “mobbing”, non servirebbe neanche una legge ad hoc, poiche l’abbondante legislazione esistente a tutela dei lavoratori sarebbe più che sufficiente! Ma così non è!!!
Quando si discute di etica comportamentale, tutti sono pronti ad utilizzare termini quali lealtà, trasparenza, correttezza, sincerità ed ognuno è pronto a citare esempi di onestà di cui è stato protagonista, mentre chi ascolta, il più delle volte, rammenta, in silenzio, solo le scorrettezze del proprio interlocutore!!!
E’ facile scrivere regolamenti comportamentali ad uso e consumo di aziende, banche, partiti, ecc., ma, in realtà, i veri codici etici, che guidano l’uomo nelle sue azioni, sono quelli scolpiti nella propria “interiorità”, che non sempre coincidono con quelli del modello comportamentale “vincente”, che si impone nella società e al quale la maggior parte di persone tende ad adeguarsi.
Sino ad oggi, coloro che hanno speso la propria vita credendo in valori assoluti quali la Verità, la Giustizia, la Libertà, l’Amore, senza cedere a tentazioni o compromessi, sono stati uccisi o emarginati, diventando un esempio di modello sociale perdente. Il primo esempio storico di modello perdente è stato Gesù Cristo. Prescindendo da considerazioni di carattere teologico, nessuno poteva dubitare del suo spessore morale, ma il suo pensiero rivoluzionario lo rendeva un personaggio scomodo: invitava il popolo a riflettere su se stessi, sulla propria parte spirituale (Non di solo pane vive l’uomo) ed il pensiero “autonomo” è sempre stato nemico del sistema di potere dominante.
Chi detiene il potere induce le persone ad integrarsi nel sistema sociale di cui ha il controllo, esibendo quale modello “vincente” (l’uomo di successo, ricco, allegro e spensierato) colui che ha pienamente assimilato una certa etica comportamentale ed estromettendo dal sistema i “diversi”, tramite l’emarginazione (morte “bianca”) o morte violenta.
Le regole “tacite” dettate dagli uomini di potere rispecchiano la loro vera essenza: se un capo d’azienda è disonesto, falso, malvagio, egli incoraggerà la disonestà, la falsità, la malvagità, sempre che siano strumentali ai suoi fini.
E considerato il dilagare della corruzione, delle menzogne, delle manipolazioni di notizie propinate giornalmente dai mass-media e degli abusi di potere ad ogni livello cui si assiste, come non pensare che il potere, oggi, è in mano a chi ritiene che le persone “veramente” oneste, sincere e incorruttibili siano solo degli “stupidi”, che sprecano la loro vita in nome di ideali irrealizzabili? Come non rilevare che il modello vincente che si è imposto nella società odierna, a cui adeguarsi per integrarsi nel sistema, è quello dell’uomo individualista, furbo, bugiardo, cinico, pronto a distruggere, anche, i sentimenti, ove fossero d’ostacolo al raggiungimento dei propri obbiettivi?
Chi si propone alla guida di un partito, di una città, di una regione o del paese promettendo un cambiamento, per acquisire credibilità politica, dovrebbe formare ed esibire un team di persone di alto spessore morale ed impegnarsi a rendere “conveniente” l’onestà, la lealtà, la trasparenza. Dovrebbe avere la capacità di trasformare in modello “vincente” le qualità di coloro che non scendono a compromessi con la propria coscienza, che non hanno mai tradito o ferito alcuno per un proprio tornaconto, che non rimangono indifferenti dinanzi alla sofferenza altrui, che hanno il coraggio di denunciare, che hanno la capacità di rimanere onesti anche nelle avversità della vita.
La meritocrazia tanto auspicata a sostegno dello sviluppo di un paese democratico, dovrebbe includere, oltre a intelligenza e preparazione, anche e soprattutto, spiccate doti morali quali onestà, coraggio, lealtà sincerità, sensibilità ecc. Se così fosse l’elenco dei più meritevoli si ridurrebbe notevolmente; ma questi sono i “capi” di cui si sente la mancanza!!!
Nell’assenza di responsabilità morali conseguenti al proprio agire e puntualmente sanzionate, ogni uomo privo di coscienza può proclamarsi onesto e irreprensibile, solo perché non ha mai impugnato una pistola, o non ha mai svaligiato una banca!!!
Se un manager non è stato capace di risanare i conti di un’azienda o magari l’ha affossata ancora di più, contribuendo col suo agire ad una serie di disservizi, mobbizzando i dipendenti scomodi, provocando la perdita del posto di lavoro per operai e impiegati, nella peggiore delle ipotesi non sarà riconfermato nel suo incarico, ma continuerà a proclamarsi l’uomo più onesto della terra!!!
Se un politico durante il suo mandato elettorale ha riscaldato i banchi o ha boicottato l’assunzione di provvedimenti che avrebbero potuto giovare ai cittadini, potrà rimanere tranquillamente seduto al suo posto, ove abbia continuato a tenersi “amici” i compagni di partito che hanno consentito la sua elezione e continuerà a declamare i principi di correttezza e trasparenza in cui crede!!!
Se un partito promette “luna e stelle” ai suoi elettori e gli “astri” non sono donati, solo a causa dell’opposizione che non ha consentito di governare, la politica diventa sempre più un teatrino nel quale affabulatori, trasformisti, comici e attori hanno l’opportunità di guadagnarsi “impunemente” soldi e notorietà!!!
Che significato ha essere ben retribuiti per le responsabilità assunte, se poi non si paga per le proprie colpe? Se un manager, un politico o chiunque altro sia retribuito per assolvere un dato compito, non porta a buon fine l’impegno preso, dovrebbe restituire all’azienda, al partito, ai cittadini, a chi lo retribuisce quanto indebitamente percepito!!! Esiste responsabilità laddove a fronte di un guadagno “nelle tasche” si è consapevoli di rischiare una perdita “dalle tasche”. Se chi accetta di assumersi una certa responsabilità “sbaglia”, perde solo (eventualmente!) il rinnovo dell’incarico o del mandato elettorale; avrà solo un “lucro cessante”, ma non avrà alcun “danno emergente”!!!
Se un partito si desse regole chiare e trasparenti, accompagnate da precisi sanzioni per il loro mancato rispetto e se assumere una carica parlamentare comportasse il rischio di dovere restituire ogni forma di retribuzione indebitamente incassata, allorquando non si tiene fede agli impegni assunti con gli elettori e col partito, forse, scenderebbero in “campo” solo persone motivate da una vera passione politica per il bene collettivo e che sanno di non avere “scheletri” nell’armadio!!!…
Codici di etica comportamentale validi per tutti ed ispirati a criteri di correttezza e trasparenza presuppongono assunzioni di responsabilità, solo se prevedono sanzioni in modo inequivocabilmente regolamentato, poiché chi non ha “iscritti” nella propria coscienza tali codici, senza il timore di una puntuale sanzione, destinerà ad un cestino rifiuti qualunque regolamento scritto!!!
Ma, probabilmente, inchiodare ogni individuo alle proprie responsabilità è un sogno che accarezzano poche persone!!!…
Scritto il 9-3-2010 alle ore 14:52
Silvana, è veramente difficile non condividere quello che dici.
Soprattutto vivendo in una terra come la Calabria, vera e propria lente d’ingrandimento di tutti i vizi e le storture di questo paese.
Se ci limitiamo al mobbing, rimango dell’idea che un’ auspicabile e ormai sin troppo tardiva legge si debba concentrare sulla tutela della salute del singolo sul luogo di lavoro.
Facendo leva – ovviamente – su tutte le tutele che la normativa sul lavoro ancora sembra garantire al lavoratore.
Se è vero che il mobbing è una malattia sociale, e che tende a diffondersi sempre più con il complicarsi dei contesti lavorativi, allora credo che vada affrontata e contrastata come qualunque altra malattia. Mi chiedo: quale malattia nel 2010 viene affrontata dalla nostra società senza un minimo di prevenzione, senza una diagnosi tempestiva, senza un protocollo di cura che allontani il paziente dalla causa del suo male?
La verità è che Italia ad oggi la malattia mobbing si contrasta cercando di avere qualche pietosa cura del cadavere del mobbizzato.
Scritto il 9-3-2010 alle ore 15:51
CIAO SILVANA E ALBERTO , come ho già scritto nel mio precedente post , riaffermo la volontà individuale a non ricercare affermazioni professionali a budget , perchè come dimostra l’esperienza di Marco , si induce un’ invidia professionale latente ed nociva per la propria salute e che purtroppo scarichiamo nei nostri affetti + cari ; quindi capisco i fastidi che Marco attraversa , ma gli consiglio se può , di farsi una esperienza all’estero , così dimenticherà questa spiacevole faccenda .
Scritto il 16-3-2010 alle ore 10:46
SONO un’assistente amm.va di ruolo, per più di 10 anni ho svolto il mio lavoro con abnegazione e ricevendo solo eleogi , sia per la mia professionalità, per l’umiltà che per la costanza, circa 6 anni fa con l’arrivo per trasferimento da altra scuola di una assistente come me, la mia vita è CAMBIATA: ESTROMESSA illegalmente e, illegittimamente e senza alcun motivo apparente dalle mie funzioni, mi occupavo di stipendi e sostituivo il Direttore della scuola . Alla mie richieste di spiegazioni e chiarimenti, mi si rispondeva che tanto ero brava sapevo fare tutto e mi si poteva spostare di mansioni senza nemmeno consultarmi , il C.C.N.L. prima e il CONTRATTO D’ISTITUTO, non dicono questo, infatti in ogni caso bisogna stilare una graduatoria d’istituto e in questa graduatoria IO ero la prima, bisogna avere il consenso per eventuali spostamenti o cambi di servizio e cosa importante ci devono essere motivi gravi:quali aver ricevuto note di demerito, non fare bene il proprio lavoro, ma IN REALTà NON AVEVANO E NON HANNO ASSOLUTAMENTE DA CONTESTARMI, in poche parole chiedendo spiegazioni , lumi trasparenza HO OSATO TROPPO ,quindi trasferita d’ufficio per incompatibilità ambientale .sono DISTRUTTA a tutt’oggi continuano a vessarmie minacciarmi ,NON CE LA FACCIO PIù POTETE AIUTARMI A DIFENDERMI? LUCIA SALERNO 3337153123
Scritto il 16-3-2010 alle ore 11:08
Carissima Lucia, certe cose anche se terribili, vanno trattate con a giusta obiettivita’ e con scrupolo professionale.
Vedrai che tra tanti professionisti troveremo chi potra’ aiutarti. Tu comunque devi affrontare la cosa sapendo che non sei sola e che i rimedi esistono e si metteranno in atto.
Un abbraccio
Scritto il 16-3-2010 alle ore 11:22
SONO un’assistente amm.va di ruolo, per più di 10 anni ho svolto il mio lavoro con abnegazione e ricevendo solo eleogi , sia per la mia professionalità, per l’umiltà che per la costanza, circa 6 anni fa con l’arrivo per trasferimento da altra scuola di una assistente come me, la mia vita è CAMBIATA: ESTROMESSA illegalmente e, illegittimamente e senza alcun motivo apparente dalle mie funzioni, mi occupavo di stipendi e sostituivo il Direttore della scuola . Alla mie richieste di spiegazioni e chiarimenti, mi si rispondeva che tanto ero brava sapevo fare tutto e mi si poteva spostare di mansioni senza nemmeno consultarmi , il C.C.N.L. prima e il CONTRATTO D’ISTITUTO, non dicono questo, infatti in ogni caso bisogna stilare una graduatoria d’istituto e in questa graduatoria IO ero la prima, bisogna avere il consenso per eventuali spostamenti o cambi di servizio e cosa importante ci devono essere motivi gravi:quali aver ricevuto note di demerito, non fare bene il proprio lavoro, ma IN REALTà NON AVEVANO E NON HANNO ASSOLUTAMENTE DA CONTESTARMI, in poche parole chiedendo spiegazioni , lumi trasparenza HO OSATO TROPPO ,quindi trasferita d’ufficio per incompatibilità ambientale .sono DISTRUTTA a tutt’oggi continuano a vessarmie minacciarmi ,NON CE LA FACCIO PIù POTETE AIUTARMI A DIFENDERMI? LUCIA SALERNO 3337153123. le persone mobbizzate sul luogo di lvoro sono tantissime , ma pochi abbiamo il coraggio di parlare, di dire la verità , il l’ho e a distanza di più di 6 anni piango ancora le conseguenze, anche perchè questa storia è rivolta contro Preside e segretario della scuola statale dove lavoravo, i colleghi come anch’io , sono minacciati, non devono difendermi o soprattutto non devono dire TUTTO CIò CHE I CAPI mi hanno fatto,altrimenti saranno licenziati, ma questa è
O M E R T A’,anch’io sono stata minacciata di essere LICENZIATA , ma la mia dignita’ E’ PIù IMPORTANTE DEL RISCHIO DI ESSERE LICENZIATA , ADESSO PERO’ SONO DISTRUTTTA PSICOLOGICAMENTE PERCHè COMBATTO CONTRO I MULINI A VENTO, UN MURO DI OMERTà, E LE PROCURE LO SANNO CHE SIAMO MILIONI DI PERSONE AD ESSERE VESSATI SUI LUOGHI DI LAVORO, MA NON SI METTONO CONTRO LE ISTITUZIONI, CONTRO I POTENTI , PERCHè ALTRIMENTI NON POTRANNO RICEVERE DEI FAVORI IN CAMBIO! IO CREDEVO NELLA GIUSTIZIA, NELLA LEGALITà , NELLA TRASPARENZA , NELLA CORRETTEZZA E SOPRATTUTTO NEL RISPETTO DEI DIRITTI UMANI E DELLA DIGNITA’ DELLE PERSONE , MA A TUTT’OGGI SONO CONTINUAMENTE CALPESTATI PERCHE’ LE ISTITUZIONI CHE DEVONO FARE IL LORO DOVERE NON LO FANNO.CITO ALCUNI RECENTI EPISODI(CERCO DISPERATAMENTE DI DIFENDERMI E POICHè NON POTEVO PIù NEMMENO RESPIRARE SUL LUOGO DI LAVORO ALTRIMENTI ERANO SAnzioni disciplinari che sono lasciate alla discrezione del preside,telefonate anonime, cambiamenti di servizio, spostamenti di stanza, disattivazione della mia password ministeiale, sul mio computer c’erano (a loro dire) sempre virus , lo disattivavano e quando chiedevo chiarimenti (perchè non potevo lavorare)mi si rispondeva anche per iscritto che era caduto un fulmine e il mio computer non funzionava, non dovevo parlare nemmeno di lavoro con nessuno ero EVITATA da tutti(perchè HO AVUTO IL CORAGGIO DI RIBELLARMI)NON MI SI PASSAVA ALCUNA PRATICA , VENIVO DERISA, ESTRANIATA DALLA VITA DELLA SCUOLA,ME NE FACEVANO DI TUTTI I COLORI PENSANDO CHE ALLA FINE MI SAREI ARRESA E AVREI CHIESTO IL TRASFERIMENTO, MA IO CHE HO FATTO SOLO IL MIO DOVERE NON HO CEDUTO, ALLA FINE I CAPI HANNO SOTTOSCRITTO UNA RELAZIONE IN CUI MI SI CONTESTA IL FATTO CHE IO NON LASCIASSI LAVORARE I MIEI COLLEGHI(COSA ASSOLUTAMENTE FALSA E ADESSO LO DEVONO GIURARE IN TRIBUNALE) PER CUI IL DIRIGENTE dell’U.S.P. DI PALERMO (VENDUTO) MI HA TRASFERITA D’UFFICIO PER IL MIO BENE, NON SOLO ME MA ANCHE MIO MARITO CHE HA CERCATO DISPERATAMENTE E GIUSTAMENTE DI DIFENDERMI:GIORNO 9 MARZO 2010 ABBIAMO AVUTO LA 1° UDIENZA PER MOBBING A SIRACUSA, EBBENE IL PRESIDE NONOSTANTE LA DENUNCIA SIA STATA FATTA SIA A TITOLO PERSONALE CHE A TITOLO DI pRESIDE , NON SOLO SI è PRESENTATO SENZA AVVOCATO(E QUINDI è GIA CONTUMACE e non può esibire altri documenti)MA IL GIUDICE GLI HA DATO 30 GIORNI DI TEMPO PER NOMINARE IL SUO AVVOCATO ALTRIMENTI LO DICHIARERà CONTUMACE (MA ASSURDO LO è GIà!!!!)E NON SOLO NON CI HA RESO LE DEPOSIZIONI DELLA CONTRAPARTE CIOè L’AVVOCATURA DELLO STATO, E NEMMENO IL SUO VERBALE !!!E’ LEGALITà QUESTA ???
Scritto il 16-3-2010 alle ore 15:04
CARA LUCIA , io ti suggerisco di trovarti un AVVOCATO fuori dal DISTRETTO GIUDICANTE , di cercare tramite MASSIMILIANO ED ALTRI ENTI , un curriculum vitae dei principali ATTORI della congiura e cercare anche nel “torbido” della loro vita privata , per mettere in DISCUSSIONE la LORO LEGITTIMITA’ AD AGIRE , dopodichè se non ti è gravoso , chiedere il trasferimento in regione contermine (CALABRIA o SARDEGNA).
Scritto il 16-3-2010 alle ore 23:58
Caro Fabrizio, non so se ciò che hai scritto lo pensi veramente oppure no,però sei molto strano, hai idea di cosa significa essere tormentata psicologicamente? penso proprio di no e spero che non ti debba mai succedere, ma sappi che i problemi, gli ostacoli non si risolvono fuggendo ma affrontandoli con lealtà e trasparenza.sappi che la nostra fuga, la nostra omertà rinforza LA MAFIA, I DELINQUENTI, I POTENTI, I CORROTTI!!!!IO NON DEVO SCAVARE SULLA LORO VITA PRIVATA, PERCHè QUELLI SON CAVOLI LORO, A ME INTRESSA CHE NON CALPESTINO LA DIGNITà ALTRUI E I DEBOLI SPECIALMENTE SUL LUOGO DI LAVORO DOVE SI FANNO FORTI DELLA QUALIFICA RIVESTITA E DEL POTERE CHE HANNO!IO NON DEVO ANDAR VIA DALLA MIA TERRA, DAL MIO PAESE, HO FATTO IL MIO DOVERE E NON HO COLPE, PIUTTOSTO UNITI E COMPATTI CERCHIAMO DI SCONFIGGERE LE PERSONE MARCE E CORROTTE E FAR Sì CHE CI SIA UN MONDO MIGLIORE PERCHè SI STA ARRIVANDO VERAMENTE ALLA DISTRUZIONE DEL MONDO
Scritto il 17-3-2010 alle ore 09:14
BENE , ero certo che la prendevi a malo modo , ma se non lo sai anche in FRIULI esistono personaggi che utilizzano un rimborso INPS per darti del ladro agli occhi del “re della sedia” e farti LICENZIARE deliberatamente ; quindi anche se NON CI CREDI io sono già passato per situazioni simili alla TUA , non ti ho consigliato di abbandonare la PARTITA , ma di usare LA STESSA STRATEGIA che ti ha messo sul LASTRICO PROFESSIONALMENTE ; dopodichè vedi TU cosa è meglio x TE , e accetta l’aiuto di MASSIMILIANO .
Mandi ( CIAO in Friulano ) LUCIA .
Scritto il 17-3-2010 alle ore 11:33
Mobbing e mafiosità
Allorquando in un’azienda, apparentemente sana, chi detiene le leve decisionali è un gruppo di potere, che comprende, tra l’altro, i così detti “colletti bianchi”, le regole “tacite” di comportamento, che si instaurano in esso, rispondono spesso a logiche clientelari, che ruotano attorno all’abuso di ufficio e sfociano in atti discriminatori; dette logiche si ispirano, insomma ad una deontologia finalizzata a svuotare di significato concetti quali dignità umana, solidarietà e trasparenza, che rimarranno sterili parole.
In tale contesto diventa estremamente facile adottare tutte quelle figure sottili e subdole di violenza psicologica, miranti a distruggere e ad annientare un lavoratore “scomodo” al fine di “addomesticarlo” per piegarlo alla volontà di chi “decide”, il quale sa di poter contare sul silenzio omertoso dei colleghi che tacciono o perché conniventi o per paura di possibili analoghe ritorsioni. Ove è possibile, quindi, avvalersi delle più svariate forme di persecuzione e terrorismo psicologico nei confronti di un essere umano, la vittima prescelta o si piega alle regole “tacite e immorali”, fissate da chi effettivamente comanda o è destinata ad essere estromessa solo perché considerata “diversa”. La vittima si trova, pertanto, impotente a reagire ai suoi aguzzini.
Il configurarsi di una siffatta situazione nell’ambiente lavorativo, con un termine moderno, viene definito con la parola “mobbing”, il quale – secondo i dizionari più aggiornati – è illustrato come “ sistematica persecuzione, esercitata sul posto di lavoro da colleghi o superiori nei confronti di un individuo, consistente per lo più in piccoli atti quotidiani di emarginazione sociale, violenza psicologica o sabotaggio professionale, ma che può spingersi fino all’aggressione fisica”. Ma per capire la realtà di questo fenomeno criminale, occorre leggere le testimonianze rese dalle vittime e i conseguenti danni “esistenziali” ormai ben illustrati da psicologi, sociologi e giuristi negli appositi siti tematici, a cui si rimanda. Mi sorge il sospetto che la parola mobbing sia stata coniata al solo scopo di evitare di etichettare quali comuni delinquenti, tutta la massa di “persone rispettabili” che, abusando del loro potere, distruggono la vita di uno o più lavoratori; per distruggere una vita non serve un cadavere, ma il mobbing è, anche, una “istigazione” al suicidio!
Ho accennato ad un contesto verosimilmente mafioso: tenterò di dimostrarlo. Prendiamo il caso del “pizzo” richiesto dalla mafia. Chi vuole lavorare “tranquillo” deve pagarlo e i mafiosi, per far cedere il negoziante alla loro prepotenza, porranno in essere nei suoi confronti una violenza psicologica, ammantata da tutti i crismi della legalità. Prima di passare ad azioni “eclatanti”, che attirerebbero l’azione delle Forze dell’Ordine, lo faranno sentire costantemente controllato, spiato, gli faranno ricevere telefonate anonime, “sorprese” sgradite, che finiranno per sfibrarlo al punto tale che il commerciante “impaurito” dovrà scegliere se cedere al pagamento del pizzo pur di avere una vita tranquilla o sbaraccare e trasferirsi in altra città o resistere privo della solidarietà degli altri, che invece pagano.
Ma qualunque decisione pigli, il suo “tempo” trascorso con il timore di un attentato non è vissuto con uno stato d’animo analogo a quello di chi ha paura di un licenziamento, se osa reagire ad ogni forma di abuso di ufficio? Il timore di essere isolato, emarginato, demansionato, deriso, umiliato, svuotato da ogni competenza, reso inutile, la consapevolezza del proprio senso di impotenza, la “paura” delle conseguenze derivanti dalla rivendicazione dei propri diritti non finiscono col rendere gli uomini schiavi dei loro aguzzini? La sofferenza nascente da condizioni di vita disumane, imposte da chi vuole piegare i suoi simili alla propria volontà, è identica sia nel caso di mobbing, che in quello del ricatto nel pagamento del “pizzo”. Trattasi sempre di violenza psicologica, tortura psicologica. Ma il prezzo che paga chi rifiuta di assoggettarsi alla logica mafiosa ossia il dipendente che va controcorrente solo perché non è disponibile a diventare uno “yes-man” non è la morte fisica. Contro di lui saranno utilizzate armi più sofisticate, che non lasciano cadaveri, ma che tendono ad annientarlo interiormente: le armi psicologiche, che mirano alla sua “morte civile”!!!.
Soprusi, prepotenze, violenze psicologiche sono le prime armi della mafia, che sa di poter contare su silenzi omertosi nascenti da complicità o da vigliaccheria: non sarebbe necessario, quindi, il “morto” per incriminare tutti quei delinquenti che hanno scelto un tipo di vita, che prevede l’azzeramento di quella differenza che distingue un uomo da un animale.
Allora quando tali “armi silenziose” vengono usate in un’azienda, mi sembra corretto dire che in quella azienda c’è mafia e mafioso è chi adotta il metodo della violenza psicologica ai danni di un soggetto più debole pur di raggiungere i suoi fini. Se mafioso è il “picciotto” che si limita a chiedere il pizzo perché previsto dall’organizzazione criminale cui si è integrato, mafioso è anche colui che pone in essere un’azione mobbizzante perché consentita dall’occulto e criminoso sistema aziendale, nel quale peraltro si sente integrato. Nessuno dei due ha utilizzato una pistola per raggiungere il suo obbiettivo, ma sia il picciotto sia il mobber hanno contribuito con il loro comportamento al massacro di un essere umano. Un tempo la parola mafia veniva sussurrata e molti ne disconoscevano la sua stessa esistenza, non capendone il suo significato. Per emergere il fenomeno nella sua drammaticità la storia ha dovuto registrare tante vittime; lo stesso sta avvenendo col fenomeno del mobbing.
Impostato in questi termini diventa possibile dare una risposta soddisfacente alla sete di giustizia della moltitudine di mobbizzati oggi esistenti. Gli studiosi del fenomeno hanno, ormai, ben inquadrato la dinamica e le conseguenze del “calvario” subito da tanti lavoratori, ma, ad oggi, non sono ancora stati individuati gli strumenti legislativi necessari per fare giustizia.
Attualmente è previsto solo un indennizzo economico pagato dall’azienda (persona giuridica); ma i veri colpevoli (persone fisiche) non “pagano” per le loro colpe, né economicamente, né penalmente e pertanto, nonostante la sentenza di condanna per mobbing, rimangono liberi di continuare ad adottare nei confronti del mobbizzato ogni forma di tecnica persecutoria. Il mobbizzato riceverà solo dei soldi quale risarcimento di un “passato” distrutto, ma il suo “presente” e il suo “futuro” continueranno ad essere una prosecuzione del suo passato d’inferno!
Laddove emergono casi di mobbing solo un lavoro certosino delle Autorità Investigative potrà far emergere il peso di tutte le responsabilità dei vari soggetti, che hanno contribuito con il loro agire o “non agire” alla distruzione della vita di un essere umano. Per estirpare questo fenomeno dalla società in cui viviamo non serve la sola prevenzione, poiché qua ci troviamo dinanzi a comportamenti posti in essere da chi si è già venduto la sua coscienza per non dover provare il rimorso di aver contribuito, con la sua azione o il suo silenzio, al massacro di un collega.
Il mobber, divenuto siffatto essere umano, ritiene di non aver fatto nulla di grave, non ha sensi di colpa, crede di operare nell’interesse aziendale, non prova minimamente ad immedesimarsi nella vittima dell’azione persecutoria. Le regole aziendali prevedono certi “comportamenti” che nessuno ha mai sanzionato; fanno parte del gioco. Ha fatto la sua scelta: “mors tua, vita mea”. E chi tace o è connivente o si sente giustificato dalla paura di ritorsioni.
Chi ha messo un bavaglio alla propria coscienza ha dimenticato che ogni regola fissata dagli uomini dovrebbe sempre sottostare all’etica fissata dalla voce della propria “coscienza”; la quale impedisce di calpestare la dignità di un proprio simile e grida dinanzi ad ogni forma di ingiustizia, richiamando l’uomo nel suo percorso naturale di essere umano per distoglierlo da quel sentiero che lo potrebbe portare allo stato di animale.
Nelle aziende ove l’etica della mafiosità impera tramite tutti quei comportamenti che identificano il mobbing, rimanere “uomini” potendo guardare negli occhi chicchessia, senza strisciare al cospetto di nessuno, significa assistere impotenti alla distruzione della propria vita, intendendo per vita quel mondo interiore nel quale ciascuno di noi coltiva i propri desideri, sogni, ambizioni, innaffiandoli di entusiasmo e gioia di vivere, ma che, a seguito del mobbing subito, è diventato un bacino di enormi sofferenze, un grande vuoto che ha trasformato ogni impulso interiore in sete di giustizia.
Ritengo che per fare giustizia, (in presenza di un vuoto legislativo e nell’attesa di una legge ad hoc, che sancisca la perseguibilità penale di tale tipo di reato), la magistratura giudicante, tramite un’interpretazione estensiva delle norme civilistiche, penali e costituzionali già esistenti nel panorama legislativo, potrebbe inquadrare come reato di mafia il c.d. mobbing.
Dare l’auspicata rilevanza penale al mobbing significherebbe etichettare come delinquenti tutti coloro che, nonostante il loro “perbenismo”, hanno partecipato al massacro della vittima prescelta. Le conseguenze penali sarebbero da monito per tutti, risveglierebbero molte coscienze assopite; un puntuale e certo intervento di adeguati strumenti di repressione è il migliore strumento di prevenzione in un sistema ove si voglia far funzionare la giustizia.
Inquadrando il mobbing come reato di mafia la vittima avrebbe, altresì, la soddisfazione di essere risarcita economicamente dai suoi stessi aguzzini, che si vedrebbero aggredito il proprio patrimonio, ivi compreso stipendio, T.F.R. Comprovata la sussistenza di una fattispecie di mobbing, il giudice competente dovrebbe automaticamente passare la pratica al Tribunale Penale per l’individuazione di tutti i responsabili. Si tenga presente, infatti, che molte volte la strategia del mobbing è articolata in modo da frammentare le responsabilità su più individui, al fine di non consentire alla vittima di poter perseguire penalmente i vari “mobbers”. Ognuno di loro assume, invero, comportamenti che potrebbero apparire leciti e insignificanti, ma che assumono rilevanza solo se considerati come un tassello di un processo devastante ai danni del mobbizzato, che può emergere solo nell’ambito di un’indagine tesa ad individuare le responsabilità dirette ed indirette di tutti coloro che hanno contribuito al massacro di un essere umano, che voleva semplicemente lavorare onestamente.
Ma occorre anche dare alla vittima la possibilità di ricominciare a vivere. I mobbizzati si trovano in condizioni psicologiche analoghe ai sopravvissuti di un “lager”; sanno di essere soli e impotenti, di essere considerati inutili, sono persone sfiduciate nei confronti del loro prossimo, rimasto sordo ad ogni richiesta di “aiuto”, sono esseri umani che vanno aiutati a reinserirsi in un ambiente lavorativo accogliente e stimolante, che non dia spazio a coloro che non danno alcun valore alla dignità umana. La Giustizia deve preoccuparsi di ricostruire la loro professionalità, di riqualificare la loro immagine e di riparare tutti i danni esistenziali provocati loro anche al di fuori del contesto lavorativo. I mobbizzati che reclamano giustizia hanno ferite invisibili, che potranno cicatrizzarsi solo allorquando percepiranno intorno a loro quel clima di fiducia, che impedisce di vedere nel proprio interlocutore un potenziale vessatore.
Scritto il 18-3-2010 alle ore 09:05
CONDIVIDO AL 100 % QUANTO HA SCRITTO SILVANA CATALANO , E QUALORA SI SENTA IN GRADO DI PROPORRE UNA LEGGE OD UN REFERENDUM SUL TEMA , DISPONGA TRANQUILLAMENTE DEI MIEI POCHI MA EFFICACI MEZZI .
INVITO MASSIMILIANO A FARCI CONFLUIRE IN UN BLOG O NETWORK SU FACEBOOK E TWITTER .
AUGURI A LUCIA E MARCO PER LA LORO LOTTA GIUDIZIARIA E A……FANCULO A TUTTI I MOBBERS , MEZZI UOMINI E DONNE , CODARDI/E. E BASTARDI/E DENTRO .
Scritto il 18-3-2010 alle ore 15:27
Martedi sono stato intervistato in diretta ad Uno Mattina sulla mia incredibile vicenda.
Per chi non è riuscito a vederla sinora – e, beninteso, sia interessato a vederla – o per chi vuole rivederla , ecco il link dell’intervista.
http://www.community.rai.it/posts/view/4b9fb023-34b8-412d-8895-28e1d4a24424/
Mi dicono circa 2 milioni di spettatori…
Per chi non lo sappia, la banca è la BNL. Si, proprio quella che manda la sua pubblicità nel programma…
Dopo TG2 Storie del 30 gennaio e Uno Mattina, probabilmente seguiranno altri programmi nazionali.
Chissà se anche nella politica e nei media locali – al di là della vuota retorica sulla società civile – valuteranno la vicenda meritevole di qualche attenzione.
Scritto il 24-9-2010 alle ore 14:29
Buongiorno, innanzi tutto la mia più completa e totale solidarietà a Marco ed un ringraziamento a Massimiliano per aver pubblicato una lettera così piena di umanità e dignità.
Vorrei dare il mio piccolo contributo raccontando la mia storia di ex-mobbizzata, finita bene.
Sono RSU nell’azienda per cui lavoro e molti anni fa, quando iniziò il mio stato di mobbizzata, ricoprivo la stessa carica. Dovete sapere che in azienda il sindacato era “normalmente” tollerato, c’era cioè un certo rispetto tra la RSU e la direzione aziendale fino a quando non arrivò la figlia del titolare. Voleva mettere le mani su tutto per cambiare tutto, ma non ne aveva le capacità intellettive.. ben diversa dal suo famoso e splendido padre!
Le sue manovre portarono prima al licenziamento di un mio capo (uscito sì con una paccata di soldi, ma solo dopo pochi mesi dall’assunzione e tutto perchè si era messo in “contrasto” con le sue farneticanti direttive..) e poi si concentrano su di me. Durarono otto mesi.
Prima mi ritrovai senza il pc, poi senza telefono, ed infine mi diedero sempre meno lavoro di cui occuparmi fino a che il lavoro sparì completamente.
Tenete presente che condividevo l’ufficio con molti colleghi (un open-space, per intenderci) ed i colleghi assistevano a quanto mi succedeva. Ero impossibilita a svolgere il mio lavoro, e non potevo aiutare i colleghi sobbarcati, in quel periodo, di lavoro extra. Non potevo perchè non mi era consentito, ed ai colleghi era stato dato l’ordine di non farsi aiutare da me, ne di passarmi alcun tipo di lavoro.
Le spiegazioni che ricevetti furono molto chiare e dirette; durante il colloquio che ebbi con la figlia del titolare venni a conoscenza delle sue intenzioni. Non tollerava la mia figura sindacale e non mi voleva in azienda, o meglio, sarebbe stata disposta a continuare a farmi lavorare se solo mi fossi dimessa dal sindacato. Ovviamente non mi dimisi. Furono mesi d’inferno, vissuti ogni giorno con l’angoscia di non sapere cosa mi sarebbe successo e quale manovra mortificante questa signora avrebbe intrapreso contro di me. La mia situazione famigliare non era delle più felici, vivevo da separata con un figlio minorenne da crescere (il padre si era rifatto un’altra famiglia..). Per fortuna i miei genitori, i miei amici e quanti mi volevano bene mi restarono vicini e la loro solidarietà, il loro affetto e l’amore di mio figlio mi aiutarono a NON MOLLARE MAI. Credevo ed ero convinta di non meritarmi quanto mi stava accadendo e decisi che avrei lottato fino alla fine.. ed il mio pensiero fisso fu questo: o via lei o via io. Mesi terribili quelli, fino a quando il mio sindacato scrisse alla signora di ravvisare nel suo comportamento una chiara manovra antisindacale; durante il colloquio che ebbi con il legale del mio sindacato ed il direttore del personale capii che era arrivata la fine. Bene, io sono ancora in azienda, il direttore del personale e la signora NO; non voglio essere presuntuosa nel sostenere che la lotta con me li abbia sfiancati al punto di andarsene, forse entrambi lo avevano già deciso da tempo, ma mi piace pensare che potrebbe essere stato possibile..!
Scritto il 30-1-2011 alle ore 21:17
salve, avrei bisogno di un chiarimento in merito alle problematiche sulle assunzioni di donne in gravidanza: colloquio con azienda per assunzione: tutto ok, però mi accorgo di essere incinta e comunica al datore la situazione ma lui mi assume ugualmente. mi assume e inizio il periodo di prova che non termino a causa di minacce . ora il datore mi dice di dare le dimissioni di fronte all’ispettorato altrimenti ci sono 100 mila euro di multa….che vorrebbe “dividere con me”… ma che sanzioni ci sono se non finisco il periodo di prova? e perchè il datore incorre in sanzioni?
grazie
Laura
Scritto il 31-1-2011 alle ore 20:20
propongo di cercare le sentenze passate in giuducato alla cassazione in materia di mobbing.
così ci facciamo una idea della fine che faremo intraprendendo una vertenza legale.
che ne dite?